In questi giorni ho avuto il piacere di essere intervistata da Silvia Scotti per Repubblica per commentare alcuni temi emersi durante il Roland Garros, un torneo che ancora una volta ha mostrato quanto la prestazione sportiva sia il risultato di un delicato equilibrio tra mente e corpo.
Quando osserviamo una partita tendiamo naturalmente a concentrarci sul risultato finale. Una vittoria, una sconfitta, un calo improvviso di rendimento, un ritiro. Eppure, dietro ciò che accade in campo, esistono processi molto più complessi che meritano di essere compresi.
Nello sport di alto livello non esiste una separazione netta tra dimensione fisica e dimensione psicologica. La gestione della pressione, la qualità del recupero, il sonno, le aspettative, le emozioni, il livello di stress e la capacità di mantenere la concentrazione influenzano costantemente il funzionamento dell’organismo.
Questo non significa attribuire ogni difficoltà alla “testa” o ogni prestazione negativa allo stress. Significa piuttosto riconoscere che il corpo e la mente sono parte di uno stesso sistema.
Pensiamo a ciò che accade quando un atleta raggiunge per la prima volta un grande traguardo. Una semifinale Slam, una finale importante, una partita che può cambiare una carriera. In questi momenti non aumenta soltanto la difficoltà tecnica dell’incontro. Aumentano l’attenzione mediatica, le aspettative esterne, le responsabilità percepite e il significato emotivo dell’evento.
Anche gli atleti più preparati possono trovarsi a gestire un livello di attivazione psicofisica particolarmente intenso. L’adrenalina, che rappresenta una risorsa fondamentale per la performance, può diventare difficile da regolare quando si somma alla fatica accumulata, alle condizioni ambientali impegnative o a eventuali problematiche fisiche.
Nel tennis questo aspetto è ancora più evidente. Si tratta di uno sport individuale che richiede concentrazione prolungata, capacità decisionale continua e gestione autonoma delle emozioni. Ogni punto rappresenta una nuova sfida mentale. Ogni partita può durare ore. Ogni errore deve essere rapidamente elaborato per poter tornare focalizzati sul presente.
Per questo motivo il recupero non riguarda esclusivamente i muscoli. Recuperare significa anche permettere al sistema nervoso di tornare in equilibrio, recuperare energie cognitive ed emotive, ristabilire le condizioni necessarie per esprimere il proprio potenziale.
La psicologia dello sport si occupa proprio di questo: aiutare gli atleti a sviluppare strumenti che consentano di affrontare la pressione, gestire l’incertezza, mantenere lucidità nei momenti decisivi e costruire una relazione sana con la prestazione. Perché, al di là dei risultati, ogni atleta è prima di tutto una persona. E comprendere ciò che accade dietro una prestazione significa comprendere qualcosa di più della complessità umana.
Ringrazio Silvia Scotti e Repubblica per aver dato spazio a questi temi, contribuendo a diffondere una cultura dello sport che consideri la preparazione mentale non come un elemento accessorio, ma come una componente fondamentale della performance e del benessere.

Leggi l’articolo completo


